Palermo 2018, “capitale” a base culturale

Pochi giorni fa, il Ministro Franceschini riceveva dalle mani del prof. Stefano Baia Curioni – Storia Economica alla Bocconi, ndr – la busta con dentro il nome della città candidata vincitrice del titolo di Capitale Italiana della Cultura per il 2018. Accanto a #Matera2019, capitale europea della cultura, il Sud si arricchisce di un altro prestigioso titolo, per dar vita e corpo alla progettazione di un nuovo corso, di nuove speranze, di nuove idee per il futuro sostenibile delle nostre città.

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Ciò che colpisce nella relazione del prof. Baia Curioni  è l’analisi  delle interrelazioni tra il modello di sviluppo economico, precedente ai cambiamenti  sociali in atto e la nuova linea progettuale che  le città candidate hanno seguito nel presentare il meglio della loro offerta alla commissione giudicante. Si capisce subito come le politiche culturali attuate dalle Amministrazioni Comunali debbano avere un compito di “capacitazione“, debbano scendere in campo per creare capacitàalimentare visionialimentare progetti, competenze cognitive ed etiche tali da diventare il sostrato di base alle politiche urbane.

Una città a misura del grado di cultura che vuole veicolare nei suoi progetti. Si sposta così il focus, citando i lavori dell’economista indiano Amartya Sen,  dal concetto di politica culturale a quello di politica a base culturale. Non la formulazione di un semplice evento turistico, non lo sviluppo di un progetto spolverato di storia “perché tanto fa cultura”, ma un sistema che punta ad integrare le dimensioni sociali, urbanistiche ed economiche in piani strutturati in cui la strategia dell’acculturazione gioca un ruolo centrale.

Questo è la mission dei progetti “a base culturale“, questo è l’obiettivo del progetto Vie Francigene di Sicilia: ragionare con i territori, alimentando visioni e apportando competenze per rendere attiva e produttiva la nota culturale costituita dalla storia, dall’archeologia, dalla tradizione enogastronomica, dal deposito immateriale delle tradizioni religiose che la Sicilia mantiene da secoli.

A #Palermo2018 spetta ora questo onere ed onore: la città sarà chiamata a testimoniare l’idea del cambiamento, della progettazione che abbatte il malcostume, la radicalizzazione e l’ideologizzazione delle differenze. E in questo compito arduo sono raccolte le speranze di tante associazioni, come la nostra, che da anni progettano sul territorio palermitano, a contatto diretto con le Amministrazioni, con le imprese, con le altre realtà presenti.

In questa chiave, possiamo leggere l’unanimità della nomina del capoluogo siciliano a Capitale Nazionale della Cultura, specchio delle genti e incrocio mediterraneo dei popoli che, in fuga o in viaggio, trovano ristoro all’ombra delle architetture che le varie dominazioni hanno voluto regalare alla città.

Circa 900 anni fa, Ibn Jubayr, letterato e viaggiatore musulmano nato a Valencia nel 1145, affrontò una peregrinazione iniziata nel 1183 e conclusasi due anni dopo a Granada per rispettare il precetto coranico di visitare la Mecca e, durante il viaggio di ritorno, salvato a forza da un naufragio nello Stretto di Messina, percorse l’antica consolare romana, ormai sotto controllo normanno che permetteva di raggiungere Balarm, la via Messina per la marina, regalandoci questa descrizione della città di Palermo, che ci sembra di buon auspicio per i cambiamenti che verranno:

Essa è la metropoli di queste regioni; aduna in sé i due pregi: comodità e magnificenza. [Troverai quivi] ogni cosa che tu bramar possa, buona o bella […] Stupenda città; somigliante a Cordova per l’architettura […] un limpido fiume la spartisce; quattro fonti erompono da’ suoi lati. […] Le moschee loro sono innumerevoli: la più parte servono di scuola a’ maestri del Corano. […] In questo Cassaro vecchio son de’ palagi che […] abbagliano gli occhi con la loro bellezza [traduzione di M. Amari, da Biblioteca arabo-sicula, 1880]”.

Davide Comunale

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